Tratto da “Storia di Roccasecca” di Dario Ascolano

 

PARCO ARCHEOLOGICO DEL MONTE ASPRANO

ROCCASECCA (994) HA MILLE ANNI

Come e quando nacque Roccasecca? Per rispondere a questa domanda bisogna ricordare gli eventi storici. Il ducato di Benevento, dopo la morte di Desiderio ultimo re dei Longobardi, aveva finito per trovare un modus vivendi con i Franchi, a loro volta interessati a tenere in piedi questo piccolo stato cuscinetto tra loro e i Bizantini delle Puglie e della Calabria; anzi si era trasformato in un Principato diviso, però, secondo le consuetudini feudali, in ducati con sede nelle città più importanti e in contee e gastaldati in quelle minori. Aquino, che dipendeva dalla contea di Capua, in origine era appunto sede di un “gastaldo”. Quando scoppiò la guerra tra Benevento e Salerno (città marinara emula di Amalfi, Sorrento, Napoli e Gaeta, le uniche che conservarono la loro indipendenza e difesero anzi per circa due secoli le nostre coste ma anche Aquino e Montecassino dalle rovinose incursioni dei Saraceni), Capua ne trasse profitto alleandosi con Salerno. Nell’851 il principe Radelchi conservò il ducato di Benevento, ma Salerno con Taranto, Cosenza,Capua e Sora toccò al principe Siconolfo. In seguito a nuove contese, anche Capua finì per rendersi indipendente e il conte Landolfo potè divenire principe della città. Anche il primo gastaldo di Aquino, Rodiperto, ne cercò e ne ottenne i favori, ma il titolo nobiliare gli fu dato nell’887 dal principe Adenolfo. Tra l’altro potè ottenere anche 1’ambita mano di Megalu, figlia del duca bizantino di Gaeta, e occupare buona parte del territorio della badia di Montecassino. Quando nel 949 1’abate Aligerno costruì Rocca Janula anche per difesa contro i Saraceni, il nuovo gastaldo di Aquino, Adenolfo nipote di Rodiperto, distrusse la rocca e trascinò prigioniero ad Aquino 1’abate. L’intervento armato del principe di Capua, che assediò il Praetorium della città, giovò a liberarlo. Adenolfo dovette restituire anche le terre usurpate, ma poi non solo fu perdonato, ma ottenne anche, nell’anno 984, il titolo di conte di Aquino, Morì poco prima del 985. II primogenito Rodoaldo fondò il gastaldato (poi contea) di Pontecorvo, il secondogenito Landolfo e poi il fratello Adenolfo (detto Summucula) continuarono a governare Aquino.

Intanto, morto nel 986 1’abate Aligerno che aveva così a lungo e così bene operato per Montecassino da esserne chiamato “terzo fondatore”, nello stesso anno fu designato a succedergli 1’abate Mansone con i favori della lontana parente Aloara, moglie di Pandolfo “Capo di ferro” e tutrice di Landolfo principe di Capua cui successe il figlio Laidolfo.

Non fu difficile a Mansone farsi donare nel 994 dal principe di Capua tutto il monte S. Angelo in Asprano (dal Grado Malo al Granaro) dove si affrettò a costruire il castello di Roccasecca. II suo fondatore fu, dunque, un figlio spirituale di S. Benedetto anche se, per la verità, fu più dedito. alla politica e alle armi che alla religione, come ha scritto il Tosti nella sua Storia della Badia di Montecassino. In data 994 nel Chronicon Monasterii Casinensis di Leone Marsicano (monaco benedettino, poi cardinale di Ostia per cui fu chiamato anche Leone Ostiense, morto dopo il 1115) si legge che 1’abate ricevette in dono quindici fra le più cospicue famiglie di Aquino, 1’antico Castro Cielo con tutto il monte S. Angelo e la promessa giurata di protezione. Subito dopo si legge che Mansone, salito sulla vetta del monte, dove trovò antiche abitazioni (quasi certamente di profughi sfuggiti alle passate invasioni), per mancanza di acqua preferì scendere più in basso e costruì Roccasecca su di un lato del monte.

A parte il preciso riferimento al luogo di nascita di S. Tommaso, ovviamente posteriore al testo di Leone Marsicano, sarà bene sottolineare:

1) II nome di Roccasecca deriva dalla mancanza di acqua sul monte Asprano e all’interno della cinta di mura (ma 1’approvvigionamento, oltre che naturalmente con 1’acqua piovana, era possibile a valle, ad esempio a S. Francesco).

2) Lo scopo della fondazione della rocca è facilmente intuibile se si pensa che sin dai tempi di Rodiberto, che fu gastaldo di Aquino a partire dall’887, i Longobardi non avevano mai cessato di attentare all’integrità territoriale dell’Abbazia: uno scopo, dunque, eminentemente difensivo. Evidentemente la “Carta capuana” del 960 non era bastata a dirimere la lunga contesa fra Montecassino ed Aquino.

3) Sulla data, poi, nessun dubbio è possibile: il terminus a quo è il 994 che è 1’anno che per noi conta di più. Ovviamente anche Roccasecca non fu costruita in un mese (nel mese di dicembre in cui avvenne la donazione) e neppure forse in un anno (il seguente 995). Come terminus ad quembisogna tener presente il 996, 1’anno in cui Mansone fu accecato.

Certo quelli erano tempi duri e dura era la vita nel castello tra uomini armati e nel misero “borgo” degli artigiani, dei pastori e dei contadini. La lotta fra i “signori” feudali era spesso feroce e senza risparmio di colpi: come già si è detto, nel 996 Mansone moriva accecato ad opera del principe di Capua, divenuto alleato dell’aquinate Adenolfo (detto Summucula) che a sua volta approfittò della crisi dell’Abbazia per conquistare e distruggere dalle fondamenta il castello di Roccasecca e per annetterne il territorio fra i suoi domini feudali. Subito dopo il Mille, tuttavia, il castello (donato agli Aquinati) fu ricostruito. L’archeologo Michelangelo Cagiano de Azevedo così lo descrive: “II Castello è costituito da un mastio con una torre piazzato all’angolo sud-est di una cinta quadrata di mura, rinforzata agli angoli da bastioni quadrangolari e semicircolari. Una cortina di mura merlate si dirige verso est fino ad una torre isolata (di costruzione, peraltro, più tarda) mentre altre due cortine, scandite da torri merlate, anch’esse semicircolari e quadrangolari, scendono lungo le pendici settentrionale e occidentale del monte, includendo nel loro perimetro anche il semidiruto borgo medievale detto “Castello”. Più a valle, sull’ultima gibbosità del monte verso la pianura, a Colle Granaro, sono i resti di un fortino medievale, certamente connesso con il castello di monte S. Angelo, posto a guardia del non lontano ponte sulla Melfa, il cosiddetto “ponte vecchio”, fortino i cui ruderi furono stranamente interpretati come quelli della antica Duronia”.

Il de Azevedo precisa anche che il castello fu riedificato nel 1177: “I ruderi che si vedono, salvo alcune aggiunte posteriori, appartengono essenzialmente a questa fase”.

Chi ora si aggira tra queste mura e, di sentiero in sentiero, si arrampica magari fino alla torre più alta ha veramente la sensazione di entrare nel mondo della fantasia, di vivere smemorato e pacificato in un tempo remoto. Né minore è il fascino delle tradizioni popolari che animano queste torri e queste mura e perfino le profonde cavità del monte

In realtà dopo il Mille qui si visse tutt’altro che in pace: i conti di Aquino erano, anzi, più che mai impegnati nella lotta per la sopravvivenza del loro casato, specialmente dopo la venuta dei Normanni nell’Italia meridionale (1035) e la fine del principato longobardo di Capua (1058) ad opera del normanno Riccardo di Aversa. A queste vicende tennero dietro quelle, inizialmente non meno perigliose, della lotta tra papa Leone IX e Roberto il Guiscardo. In quei frangenti Adenolfo V e Landone II di Aquino parteggiarono per il papa; ma i loro discendenti nel 1067 si videro privati della contea da Riccardo di Aversa. In un documento dell’Archivio di Montecassino dell’anno 1070 tra Castrocielo, Aquino e Roccasecca si stabilirono confini diversi con diversa giurisdizione. F. Scandone ne traeva la conseguenza che Roccasecca allora “nulla aveva a vedere con Aquino” perchè, “essendo due feudi separati, le due città dovevano avere giurisdizione territoriale diversa”. Nel 1075, scomparsi ormai gli ultimi resti del dominio longobardo, Landone IV fu costretto ad entrare definitivamente nell’orbita normanna come “fedele” di Roberto il Guiscardo. Naturalmente anche Roccasecca subì queste alterne fortune e, in alcune circostanze (come all’epoca di Landone III), tornò sotto la protezione di Montecassino, tornò cioè a far parte della “Terra di S. Benedetto” come si evince dalle porte di bronzo del 1066 della basilica abbaziale.

Nel 1139 la pace di S. Germano tra Innocenzo II e Ruggero II segnava un’altra vittoriosa tappa dei Normanni e di Ruggero II nell’Italia meridionale e, conseguentemente, la decadenza e poi la fine della contea di Aquino. L’ultimo legittimo possessore del titolo di conte fu Landone IV i cui figli, Pandolfo e Rinaldo, diedero origine a due rami diversi: Pandolfo fu “dominus Aquini” (e quindi non più conte), Rinaldo fu “signore di Roccasecca” ed ebbe in possesso anche un terzo del feudo di Aquino con Cantalupo e Isola, oltre a Monte S. Giovanni Campano concesso dal papa Adriano IV in cambio di Montelibretti. Rinaldo fu appunto il capostipite dei “de Aquino di Roccasecca” (1157) da cui discende S. Tommaso.

Fu allora che, verisimilmente, furono innalzate le mura che ancora si vedono a difesa del borgo Castello, come ha ben detto il nostro Azevedo, e fu un’opera quanto mai necessaria, dati i tempi e le necessità del nuovo casato. Infatti solo con questo baluardo nel 1197 i “signori” (ma non “conti”) di Roccasecca Rinaldo II e Landolfo (futuro padre del Santo), “fedeli” agli ultimi re Normanni ai quali erano legati in qualità di “milites” (cavalieri), poterono superare un’ardua prova, 1’assedio delle truppe dell’imperatore Enrico VI di Svevia, comandate da Ottone fratello di Diopoldo che era il castellano di Arce.

A sostenere 1’assedio avevano certo contribuito non poco le robuste mura che ancora vediamo resistere al tempo.

L’anno seguente, morta anche la “gran Costanza” di dantesca memoria, i “de Aquino” di entrambi i rami sostennero le parti del piccolo Federico di Svevia (il futuro Federico II) contribuendo efficacemente al trionfo della sua parte. Quando nel 1210 1’imperatore guelfo Ottone IV mandò le sue truppe guidate da Diopoldo ad attaccare la ghibellina Aquino, Landolfo contribuì efficacemente alla difesa della città e Diopoldo dovette ritirarsi. Nel 1220 Federico II lo ricompensò per la lunga fedeltà creandolo Giustiziere di Terra di Lavoro, una delle più alte dignità del regno. Ancora nel 1229 fu dalla parte dell’imperatore e difese Cassino contro i Clavisegnati papalini che avevano invaso la Terra di Lavoro. Morì il 24 dicembre 1243.

Poi i “de Aquino” si divisero in occasione della cosiddetta “congiura di Capaccio”, ordita nel 1246 contro 1’imperatore. I figli di Landolfo, avendo preso parte alla congiura dei baroni napoletani, furono allora privati dei loro beni. Due fratelli di San Tommaso, Rinaldo e Landolfo, vi perdettero la vita.

Un altro fratello, Filippo, morì in esilio ed altri si dispersero nella Campagna romana. In compenso la politica filo-papale del ramo di Roccasecca fruttò I favori di Innocenzo IV e dei successori Alessandro IV, Urbano IV e Clemente IV. Entrati ormai nell’orbita guelfa, a differenza dei loro parenti ghibellini, i “de Aquino di Roccasecca” Pandolfo e Rinaldo, figli di Filippo, parteggiarono per Carlo d’Angiò contro Manfredi e gli propiziarono la conquista del regno di Sicilia, come allora si chiamava L’Italia meridionale. In tale circostanza essi marciarono al fianco del re angioino che potè traversare il ponte di Ceprano senza colpo ferire. Perciò dopo la battaglia di Benevento (1266) e quella di Tagliacozzo (1268), scomparsi gli ultimi re Svevi, le sorti dei due rami della casata si capovolsero a favore di quello di Roccasecca che riebbe gli antichi feudi e raggiunse una posizione di primo piano; ma dei tanti fratelli del Santo solo Aimone II era sopravvissuto alle traversie di quegli anni. Gli successe Tommaso che ereditò un terzo di Roccasecca insieme con altri “de Aquino”.

Il Castello

Il parco archeologico

Il borgo Castello

La "Casa di San Tommaso"

Associazione PAMA